p 245 .

  7 . L'avvento della "signoria" nell'Italia del Duecento.
  Da:   D.  Waley,  Le  citt-repubblica  dell'Italia  medievale,   Il
Saggiatore, Milano, 1969 .
     
         Instabilit politica, guerre continue, influenza delle  corti
         monarchiche   furono  le  molteplici  cause  dell'ascesa   di
         "signori" - personaggi generalmente di origine feudale,  che,
         come  dimostra  in  queste pagine lo storico  inglese  Daniel
         Waley,  sapevano  cogliere con abilit il  momento  opportuno
         per imporsi - al vertice politico delle citt italiane.
     
Le  forme repubblicane di governo, nelle citt-stato italiane, avevano
un'esistenza estremamente precaria. Costantemente minacciate, o  anche
in piena crisi, non c' da meravigliarsi che nella maggior parte delle
citt queste istituzioni non siano riuscite a sopravvivere. Basterebbe
da  sola la piaga delle fazioni, per spiegare come mai il regime  d'un
solo  individuo  abbia  potuto farsi accettare, in  moltissime  citt,
prima  della  fine  del quattrodicesimo secolo.  Anzi,    chiaro  che
l'eccezione,  costituita dalla sopravvivenza del  repubblicanesimo  in
qualche  caso,  avrebbe  maggior bisogno  di  spiegazione  che  non  i
successi dei signori. Il declino del repubblicanesimo appare

p 246 .

come un problema storico che desta perplessit solo se si considera la
repubblica una manifestazione di buona salute del corpo politico, e la
signoria  una forma patologica. E' quindi agevole fornire una risposta
all'interrogativo  generico  in merito al  motivo  per  cui  le  forme
repubblicane  non  durarono, richiamandosi  alla  loro  incapacit  di
fornire  regimi stabili; ma la domanda, pi specifica, sul  modo  come
vennero surrogate, conserva tutto il proprio interesse.
     [...]
     Se  si  osserva la carta geografica d'Italia nel tardo  Medioevo,
come  l'hanno vista in genere gli storici, essa ci mostra un  panorama
di  potenti citt-stato, dominanti, ciascuna, su un'estesa regione; ma
basta  socchiudere un po' gli occhi, ed ecco che si trasforma  in  una
topografia  di  signorie  feudali,  nei  cui  spiragli  i  comuni   si
arrabattano  a  mantenere un'effimera indipendenza. Il  fatto  che  il
vassallaggio  abbia  continuato  a esistere  molto  avanti  nell'epoca
moderna,  come  tipo  preponderante di  rapporto  sociale  nell'Italia
centrale  e  meridionale,  ben noto; ma non si   sempre  rilevato  a
sufficienza  ch'esso  perdur, sia pure in misura  minore,  anche  nel
resto  della penisola. Un aspetto dell'Italia nord-orientale [...]  si
pu  ricavare dalla cronaca della Marca Trevigiana, dovuta a Rolandino
da  Padova, scrittore del tredicesimo secolo. Rolandino vede la storia
di tale zona, in quell'epoca, in primo luogo come la storia di quattro
grandi  famiglie, i marchesi d'Este e le altre grandi dinastie feudali
dei  da  Romano, dei Camposampiero e dei da Camino. Per lui, la storia
veronese    essenzialmente  una lotta tra  Estensi  e  da  Romano.  I
Sambonifacio  e  altre famiglie vi sono coinvolti come  alleati  degli
Estensi,  quella  del  Salinguerra (i Torelli)  come  alleata  dei  da
Romano. La parte del comune  quasi quella d'una vittima passiva.
     Si  riceve spesso la stessa impressione di persistente forza  del
vassallaggio, leggendo il resoconto d'una campagna militare composita,
anche  se  lo  spirito  che la guida  quello d'una  citt.  Le  forze
guelfe,  principalmente  fiorentine, che scesero  in  campo  nel  1288
contro  Arezzo comprendevano 250 cavalieri reclutati dai guelfi "conti
Guidi,  Maghinardo da Susinana, messer Iacopo da Fano, Filippuccio  di
Iesi,  i marchesi Malispini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti  e
altri  baroncelli  di Toscana", ci dice il cronista  Giovanni  Villani
(1280  circa-1348).  Ci  troviamo di nuovo  nel  mondo  delle  milizie
private, dei masnaderii o seguaci citati pi sopra, di uomini  come  i
comitatini  [abitanti  del contado] pisani  ai  quali  era  consentito
indossare la livrea del loro signore perch cos facevano da pi  d'un
decennio.
     [...]
     Rimane  da  parlare  delle circostanze in cui il  potere  feudale
consegu   le   sue  vittorie  sul  repubblicanesimo.  Le  istituzioni
repubblicane, si  detto, raramente riuscivano ad essere  stabili.  In
particolare la forza della faziosit, tanto sociale che politica, e il
persistere di un modo di vita violento, impedirono che si arrivasse  a
quella  routine di compromessi, di convenzioni e di accordi di rinvio,
che   sarebbe  stata  il  solo  mezzo  per  dare  lunga  vita  a  tali
istituzioni. Finch il ricorso alla violenza continuava ad  essere  il
modo   universalmente  riconosciuto  e  accettato  per   risolvere   i
contrasti, e finch, data l'esistenza reale di un governo autonomo,  i
contrasti locali diventavano di gran peso, era inevitabile che la vita
del comune risultasse estremamente precaria.
     Tanto  le  divisioni all'interno della citt quanto la  frequenza
delle  guerre  all'estero  (inerenti  alla  travagliata  storia  della
penisola)  producevano  crisi  continue  che  tendevano  ad  essere  e
militari  e fiscali. Parti del territorio venivano perdute o erano  in
pericolo,  e poteva accadere che il reddito scemasse proprio  allorch
si  aveva  bisogno  di denaro per le milizie. Circostanze  del  genere
ricorrevano  frequenti in quasi ogni comune. La  risposta  ovvia  alle
crisi (cos si ritenne) stava nell'affidare le fortune della citt  o,
all'interno  di essa, d'un partito, a un "uomo forte". La colpa  delle
crisi veniva anche attribuita a tutti i vizi specifici della forma  di
governo  repubblicana:  lungaggini  nel  raggiungere  le  decisioni  e
mancanza  di  segretezza a loro proposito, instabilit  e  insicurezza
diplomatica. Si potevano attenuare questi inconvenienti
     
     p 247 .
     
     conferendo poteri speciali, magari per un periodo limitato, a  un
signore.  Inoltre, questo signore non era necessariamente un  semplice
individuo  forte capace di fornire protezione e di tenere a  freno  le
opposizioni.  Accadeva che dietro a lui stesse una temibile  struttura
diplomatica.  Le  signorie  dei da Romano e  Pallavicini  assursero  a
grandezza   sullo  sfondo  dell'alleanza  con  Federico   secondo,   e
analogamente,  nell'ultimo  terzo  del  secolo,  il  potere   angioino
contribu  molto  a minare i regimi repubblicani. Questa  tendenza  si
manifest  gi  nel 1267 quando Firenze, Lucca e alcuni  altri  comuni
guelfi  della  Toscana nominarono Carlo d'Angi loro  podest  per  un
periodo  di sei anni. Non s'intendeva, con questo, che il re adempisse
all'ufficio di persona, ma che destinasse un suo uomo di fiducia a far
da  vicario. Questo tipo di soluzione continu ad essere ripetutamente
adottato  in  Toscana ancora per alcuni decenni; ma la  rinuncia  alla
scelta manifesta gi la presenza della mentalit della signoria. Pochi
anni dopo Brescia e Alessandria si spinsero pi lontano, nominando  il
re  come  loro  podest a vita. Sotto molti aspetti, il  favore  degli
Angioini giunse ad avere la funzione ch'era stata un tempo quella  del
favore imperiale: per esempio, quando cadde il regime Spinola-Doria, a
Genova,  gli  subentr  quello  della  famiglia  dei  Fieschi  che  si
appoggiava anch'essa sulla forza degli Angioini.
     Il  cammino  che  portava  alla  signoria,  passava  generalmente
attraverso  l'ottenimento  dell'ufficio di podest,  di  capitano  del
popolo  o  di capitano generale, e poi attraverso la proroga  di  tale
ufficio.  Nelle citt-stato greche, questa strada verso il potere  era
stata   un  fenomeno  corrente;  e  Machiavelli,  in  seguito,  doveva
descrivere questo processo con la sua consueta concisione:  "E  quando
un  popolo si conduce a fare questo errore, di dare riputazione a  uno
perch  batta quegli che egli ha in odio, e che quello uno sia  savio,
sempre  interverr ch'e' diventer tiranno di quella citt" (Discorsi,
primo,  quarantesimo). Se le signorie siano nate pi spesso perch  il
popolo  ricorreva a un signore per averne protezione contro i magnati,
o  se  un  maggior numero di signorie abbiano avuto origine  dai  capi
dell'azione  antipopolare,    questione  discutibile.  Un   conteggio
recente,  assai diligente, ha prospettato che le origini  antipopolari
furono  pi numerose; ma entrambi i processi furono correnti,  con  le
loro  variet,  ed  entrambi  non furono  tuttavia  incompatibili  con
signorie che avevano origine feudale.
     [...]
     Non  si  pu  comprendere l'avvento della signoria se esso  viene
semplicemente considerato come una cosa che "capitava",  uno  sviluppo
derivante  in  modo  inevitabile  dalla  fragilit  delle  istituzioni
repubblicane.  Era  frutto di una volont umana, dell'azione  d'uomini
ambiziosi   che   macchinavano  per  conquistare  il  potere.   Spesso
cancellavano  le proprie tracce con tanto zelo, e con tanta  frequenza
sostituivano la mitologia alla storia (i loro biografi sono inclini  a
descrivere  i  prodigi  che  accompagnarono  la  nascita  del   futuro
signore), che non abbiamo pi modo di apprezzare la tecnica  dei  loro
colpi di stato. A questo fa parzialmente eccezione la salita al potere
di  Ermanno  Monaldeschi  a Orvieto nel 1334;  ed  essa  senza  dubbio
somigli  ad altre nella successione dei fatti. Ermanno apparteneva  a
una  della maggiori famiglie della sua citt; era ricco, aveva  tenuto
uffici frequentemente, era fratello del vescovo di Orvieto, e aveva il
benevolo  appoggio della vicina citt di Perugia, delle cui  ambizioni
territoriali era stato sostenitore. Il 20 aprile 1334 fece uccidere il
suo rivale principale, un lontano parente. Il momento era scelto bene,
perch  ai primi di maggio scadeva il termine di servizio del capitano
del  popolo e del podest, cio degli ufficiali che avevano il compito
di  difendere  il comune, ed essi furono sostituiti da  nuovi  venuti.
Questi erano in citt solo da pochi giorni, quando la loro autorit fu
messa  alla  prova.  L'11  maggio, a un'assemblea  del  consiglio  del
popolo,  un  sostenitore  del  Monaldeschi  propose  una  fondamentale
riforma   costituzionale,   che   comprendeva   la   sospensione    di
trentaquattro  articoli della costituzione e la nomina  di  una  bala
[magistratura politica con potere assoluto] di dodici membri con pieni
poteri,  in  grado  di  agire  senza la presenza  o  il  consenso  del
capitano.  Tre  giorni dopo questa bala si riun,  insieme  ai  sette
anziani,   e  deliber  di  trasmettere  i  suoi  "pieni  poteri"   al
Monaldeschi,
     
     p 248 .
     
     che  fu  nominato  gonfaloniere  del  popolo  e  gonfaloniere  di
giustizia  a  vita.  Erano trascorse poco pi  di  tre  settimane  tra
l'eliminazione del suo rivale e la conclusione del suo colpo di stato.
Anche  questo caso, in merito al quale si dispone di buoni  documenti,
non  ci  dice se Ermanno si servisse di armati per mettere a tacere  i
potenziali  oppositori  nel consiglio: sembra  probabile  che  l'abbia
fatto.
